Qualità prima del volume: perché nel BPO assicurativo il data quality check vale quanto il processo stesso
Un portafoglio da 18.000 documenti l'anno
Perché funziona
Tre fattori rendono questo modello replicabile.
Il primo è la specializzazione di dominio. Un team che conosce le logiche di prodotto assicurativo è in grado di intercettare incongruenze che un processo generico di data validation non riconosce. La differenza non è tecnica: è di contesto.
Il secondo è la continuità. Sei anni di collaborazione hanno permesso di accumulare una conoscenza specifica del portafoglio: le sue peculiarità, le sue stagionalità, i pattern di errore più frequenti. Questo patrimonio si traduce in anticipazione, non solo in correzione.
Il terzo è il costo. Disporre di un team con questo livello di specializzazione a condizioni economiche competitive rispetto al mercato italiano è una delle ragioni concrete per cui il modello Factory risponde alle esigenze di chi deve ottimizzare i costi operativi senza ridurre la qualità del servizio.
La domanda giusta
Quando un’azienda assicurativa valuta l’esternalizzazione del portafoglio, la domanda abituale riguarda i volumi: quante polizze, in quanto tempo, a quale costo. Non è la prima da fare.
La prima è: quanto reworking assorbiamo oggi, e da dove nasce? La risposta porta quasi sempre ai controlli sui dati in ingresso. Ed è qui che si distingue un fornitore da un partner. Il primo regge il carico. Il secondo applica controlli di qualità, identifica le cause delle anomalie ricorrenti e interviene sul processo, in modo che il ciclo successivo parta da una base più pulita del precedente. Il volume diventa gestibile non perché si aggiungono risorse, ma perché ogni anno se ne sprecano meno.
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